La bellezza è l’inizio del tremendo
Serena Maffia
Ilaria vuole
Roma, 12 novembre 2008, Università “Tor Vergata”, Facoltà di Lettere e Filosofia
Recensione di Alice Spalletta
Donne che amano troppo. Donne che uccidono se stesse col fine distruttivo di non perdere quella dipendenza sessuale ed emotiva.
Non è facile estirpare la radice quando arriva il momento di aprire gli occhi sulla cruda realtà dell’amore, il sogno svanisce senza un mero senso. Eppure s’imbattono in lugubri tunnel, si ubriacano per scorgere il lato buffo della commedia, sbattono la testa finché non fluisce il sangue della ragione.
E’ questo lo sfondo melodrammatico e ironico di Ilaria vuole, opera di Serena Maffia, (giovane autrice e drammaturga, di cui ricordo almeno Lezioni di fotografia edito da Lepisma) presentata all’Università di Tor Vergata il 12 novembre 2008.
Sviluppato dall’occhio femminile dell’autrice, mette in luce un tema ricorrente senza eccedere nella banalità, tenendo alti i toni attraverso un ritmo e una individualizzazione originale nel suo contenuto. Nello spazio ristretto di un’aula, elementi essenziali hanno creato la scenografia, chiedendo allo spettatore un contributo immaginativo per entrare nella rappresentazione. Ci tuffiamo nel cuore del personaggio (interpretato dalla giovanissima Carolina Tafuri) dal momento in cui luci immaginarie calano su un palcoscenico altrettanto irreale.
Ilaria vuole è un monologo teatrale, forte e accondiscendente al tempo stesso, dove la calda voce dell’attrice si lamenta dell’amore perduto. Speranza e rinuncia, rinuncia e speranza. Un climax di movimenti ed enfasi, dove il bisogno di esorcizzare quel dolore diventa un gioco mascherato, una risata ubriaca, una follia redentrice. Siamo scossi tra un’alternanza di drammaticità e sarcasmo, come una partita di ping pong. Ilaria è una donna nevrotica (e, dunque, splendidamente contraddittoria), malata d’amore, stanca delle illusioni ma avversa ad accettarle. Il suo rapporto con il cibo, ossessionante e vincolante, è una chiave simbolica nel testo. Il frigo è vuoto come la fiamma estinta dei sentimenti, lo apre come per dischiudere il proprio cuore trovando solo ghiaccio, solitudine e indifferenza. Quella indifferenza di cui sono affetti gli uomini, il surplus della superficialità maschile. Dalle parole di Ilaria ci accorgiamo di imbatterci nell’uomo immaturo, appeso all’ombra sovrastante della famiglia, trivellato dalla sindrome di Peter Pan. Incapace di amare, di vivere, gioire. L’indifferenza lesiona il gesto colorato di Ilaria che – inspiegabilmente agli occhi assuefatti dello spettatore – ha una dipendenza per l’atto virile e sessuale che il suo amato le inietta. Una energia chimica impazzita, avanzata all’eccesso che si trasforma nel disperato atto di mangiare, riempire quel vuoto lacerante, tentando di nutrirsi. Sesso e cibo si collegano morbosamente nell’istinto.
Siamo perpetuamente ingannati dall’allegria che la protagonista sembra quasi imporsi, giocando infantilmente. Vuole correre saltellando per la strada, vivere attraverso il corpo, autenticare la propria bellezza nel fulcro dell’amore. Vuole indossare tulle e volteggiare come una ballerina. Non sentire più quella solitudine che le imprime la gioia, poiché non basta poggiare una mano sul petto per sentire la carne nuda, è un gesto troppo debole per guarire la ferita e allontanare l’umiliazione subita. Vuole segretamente amare se stessa. La ripetizione del verbo Volere è un’ implorazione, una volontà.
Basta piegarsi come foglie arcuate alla virilità ingannevole dell’uomo, è necessario superare la soglia della sottomissione per non cadere nel baratro totalizzante dell’amore fraudolento. Ilaria forse ci riesce, attingendo la forza dall’autolesionismo, canzonando superbamente l’oggetto rizzato dell’uomo che l’ha rifiutata.
Chiude il sipario indossando una cinta attorno alla vita piena di coltelli, presagio di un cruento e liberatorio finale.

ottima recensione, si discosta dal solito con l’intensità delle emozioni espresse.
vorrei discutere del libro cn l’autrice se fosse possibile… qualcuno sa cm rintracciarla? se si contatatemi all’indirizzo e-mzil blackroserock90@yahoo.it grazie mille
—–> nell’uomo immaturo, appeso all’ombra sovrastante della famiglia, trivellato dalla sindrome di Peter Pan …..
TU TUTU TU TU TU TU TUTU suona ancora cosi’ peter … non ti curare del femminismo tu che sei al pari di una donna e non vuoi essere superiore …. TU TU TUTU TU TU TUTU …. l’emancipazione a volte crea la venere ; la venere ti vuole ai suoi piedi … non ti chinare PETER … TU TUTUTU TU … suona ancora cosi’ … sono rimaste ai primordi ! ancora gridano emancipazione appunto perche’ non la possiedono …
*in termini popolari ” FATELA FINITA “
—–> nell’uomo immaturo, appeso all’ombra sovrastante della famiglia, trivellato dalla sindrome di Peter Pan .
TUTUTUTUTU TU TU TUTU TU TU TU suona ancora cosi peter … TUTU TU TU TUTU … sono ai primordi del femminismo !
non smettere mai di suonare peter … tu che sei al pari di una donna non superiore . e non vuoi esserlo !
gridano emancipazione incapaci di emanciparsi … oh mio werther … quella lotte detta charlotte ! oh che dolori … .
che donna !?
oh cosa si cela dietro queste cialtronerie … dante ma beatrice !? son fiorentino … we non fate queste biscerate ! bischere !
se vi sentissero driope ed ermes !!!! dai penelope intanto tu tessi la tua tela … ecc ecc
*sarei grato che non venisse censurarato il commento sindrome di femminismo l’atto della censura